I libri si dividono in due categorie: quelli che passano presto, superati da altri; e quelli che non passano, perché non superati da altri. La resistenza armata di Giovanni Falaschi appartiene senz’ombra di dubbio alla seconda categoria. Non solo perché non è mai apparso dopo un testo che lo abbia sostituito. Ma soprattutto perché le modalità dell’analisi, della ricostruzione e, vorrei dire, del racconto, sono rimaste in questo genere uniche: nel loro intreccio, ripeto, di partecipazione umana, documentazione e ricostruzione filologica, senso dei tempi e rispetto estremo per le identità degli autori, in modo particolare, ma non solo, Calvino e Fenoglio. Mi vien voglia di aggiungere che in questo testo, accanto alle predette ricostruzioni critiche e storiche, assumono un rilievo inaspettato, una consistenza che definirei vivente, le esplorazioni della “memorialistica” partigiana più spicciola e modesta, quella che viene direttamente dalla brigata o dalla squadra, là dove insomma l’esperimento letterario, – la “scrittura”, – fa corpo subito e indissolubilmente con la scelta umana e politica degli umili protagonisti: star di qua, nel freddo e nella fame, ma nel giusto, invece che di là, al calduccio e con i buoni ranci, ma con le Brigate nere e la X Mas.
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