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L’intelligenza artificiale è entrata nelle pratiche quotidiane: scrivere, cercare informazioni, organizzare il lavoro e il tempo libero, prendere decisioni. Tuttavia, il problema sociologico non riguarda prettamente ciò che questi sistemi siano in grado di fare né se siano destinati a sostituire l’azione umana. La questione è un’altra: che cosa accade all’agire quando l’IA diventa una presenza ricorrente e data per scontata? Il volume propone un’analisi sociologica dell’IA come pratica quotidiana, oltre le retoriche tecno-entusiastiche e le reazioni neo-luddiste. La domanda non riguarda cosa l’IA sia in senso tecnico, bensì cosa accada all’attore sociale quando viene usata: quali configurazioni operative produce, come si stabilizzano nel tempo, quali esiti di soggettivazione ne derivano. L’IA viene esaminata come oggetto di confine tra il registro tecnico e l’immaginario sociale, come dispositivo epistemologico e al contempo come strumento di configurazione di pratiche ibride. La teoria proposta si fonda su tre dimensioni: esecuzione, riproduzione e regolazione. Da qui emerge la distinzione tra uso presidiato e delega: nel primo caso l’attore mantiene interrogazione, verifica e correzione; nel secondo trasferisce al sistema parti della produzione, della valutazione o dell’orientamento dell’azione. Il libro elabora cinque tesi per una teoria della pratica dell’IA e ne verifica la portata analitica rispetto alle trasformazioni strutturali in atto. Proiettando il framework criticamente verso il problema aperto dei sistemi agentici, si rivolge a studiosi interessati a comprendere gli effetti sociali osservando non soltanto i sistemi algoritmici, ma le pratiche attraverso cui vengono incorporati e resi ordinari.
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